Galleria d’autore – 2002

G cover sito

In copertina: G. Grosz “Il funerale dell’anarchico Oskar Panizza “, 1918

1. La Ballata di Vince/ 2. Ballata di Notte/ 3. Beethoven/ 4. Il Portiere Indiano/ 5. Il Mostro/ 6. Samizdat/ 7. Navona Circus

 Testi e Musiche : Davide Trebbi

 “Galleria d’Autore” lo definirei un “Concept Album” anche se con qualche variazione. Il primo brano “La Ballata di Vince” disegna le travagliate vicende francesi di Vincent Van Gogh che giunto a Parigi e desideroso di trovare finalmente la sua dimensione umana e artistica, finisce per spararsi un colpo di pistola. Le aspettative del genio olandese naufragano in una Parigi viziata dalla mondanità e affatto ospitale nei suoi confronti. La “Ballata di Notte” sottolinea questo tragico suicidio e va ad introdurre altri quattro personaggi che poi idealmente si ritroveranno in “Navona Circus”, quello di Piazza Navona a Roma dimora di tante poetiche assurdità.

“Beethoven” è il soprannome di un tipo a dir poco eccezionale, più che sessantenne e in cui potreste imbattervi girando a piedi per il centro di Roma. Lui crede di essere un discendente di Lord Byron , lascio a voi immaginare i commenti a queste sue affermazioni.

“Il Mostro” è una canzone che sottolinea ancora il ruolo del circo (Circus) come unico non – luogo possibile per i diversi. L’uomo che canto nella canzone, è esteticamente fastidioso ai più che cercano di evitarne la visione ; lui comincia a pensare di togliersi la vita ma per una volta vorrebbe essere legittimato come essere umano e non come un ostacolo visivo o fisico . Decide di spararsi al centro di una via affollata di gente indifferente , indaffarata: “per la prima volta in vita / non è curvo e guarda dritto” negli occhi i passanti infastiditi dal suo corpo sgraziato. Quando il colpo esplode e lui piomba sul selciato , lo sgomento investe tutti i presenti che per pochi secondi condividono forse inconsciamente la tragedia interiore che in quell’uomo si è consumata, anche se poi riprendono la loro strada come se nulla fosse accaduto e semplicemente schivando quel corpo informe che ” giace lì come una macchia / sul selciato sempre uguale).

“Il Portiere Indiano” é una storia di immigrazione . Un uomo che arriva con la sua famiglia in un paese più o meno accogliente ; la rara luce dell’integrazione appare e scompare nella sua vita quotidiana e la chiusura – autodifesa culturale verso l’esterno diventa un’abitudine.

“Samizdat” che in russo significa solidarietà ,ma anche fratellanza , è il lungo viaggio di una madre con il suo bambino attraverso l’Adriatico in cerca di tempi migliori. Mi piace pensare che questa madre potrebbe essere una donna kurda o albanese , slava o semplicemente asiatica e forse non importa da dove venga o se sia madre, perché quello che mi interessa sottolineare è la disperazione che porta al viaggio nella speranza di poter cominciare, finalmente, a vivere. Speranza che viene, una volta giunti in Italia, spezzata e frantumata da un foglio di via che rigetta nella disperazione che si sperava ormai passata .